Milano Finanza

Martedì 23 Aprile 2019 - Ore 11:00




Orsi Tori
Orsi Tori

Al debutto, martedì 16, 8,44 euro e -6,22% sul prezzo di 9 euro del collocamento; il secondo giorno, un lieve recupero, 8,5 euro (+0,7%), il terzo giorno, prima del venerdì santo con borsa chiusa, 8,30 euro (-2,4%). In soli tre giorni: -7,7% rispetto al prezzo di collocamento. La quotazione di Nexi, società di alta tecnologia per i pagamenti digitali, poteva essere un additivo importante per spingere la crescita in atto della Borsa italiana, oltre a stabilire, come è stato, il record di ipo più grande dai tempi del ritorno al listino di Pirelli. Invece ha raffreddato gli entusiasmi e soprattutto ha riproposto la domanda: com’è possibile che un qualsiasi investitore sottoscriva titoli in collocamento a 9 euro e immediatamente dopo il suono della campanella li venda a prezzo più basso, apparentemente rimettendoci? Che cosa c’è dietro a queste apparenti vendite insensate? Quali sono i meccanismi perversi di alcune ipo (initial public offering)? Una risposta potrebbe venire dal caso di Lyft, la società di sharing concorrente di Uber, collocata a metà marzo a New York. All’inizio di aprile Cnbc, il primo network televisivo di finanza di cui fa parte Class Cnbc, ha rivelato che Lyft ha accusato Morgan Stanley, che ha in programma di portare in borsa Uber, di aver sostenuto un’azione di short-selling, cioè di vendite allo scoperto, evidentemente per danneggiare il concorrente della più conosciuta società di sharing. Il caso di Nexi non è questo, perché né ci sono accuse, né c’è al momento una società concorrente dell’azienda guidata da Paolo Bertoluzzo, ex capo di Vodafone Europa. Per giorni, prima della vigilia del debutto, vari giornali hanno riportato che il collocamento andava benissimo e che la richiesta era già due o tre volte superiore all’offerta. Per questo, molti si aspettavano che il prezzo fosse fissato al vertice della forchetta, nettamente superiore ai 9 euro. I primi sospetti che non tutto filasse liscio sono nati appunto quando è stato deciso il prezzo più basso della forchetta. Ma pochi pensavano che il debutto fosse amaro com’è stato, nonostante le parole giuste e confortanti di Bertoluzzo dopo i primi prezzi sotto quello di collocamento: «È solo l’inizio di un lungo percorso». Non vi è dubbio che il percorso sarà lungo perché la società ha solide basi e perché Bertoluzzo è più che un ottimo manager. Ma per chi guarda il mercato rimane il mistero di quali sono i meccanismi di questi flop a pochi minuti dal collocamento, che, giova dirlo, non è stato effettuato fra il pubblico dei risparmiatori ma solo a investitori istituzionali, i più abili ma anche, a giudizio di uno dei più esperti operatori del mercato, i più pericolosi: «Se una parte fosse stata riservata a investitori non professionali, nessuno di loro avrebbe venduto», continua a spiegare l’operatore. «I risparmiatori sono i migliori acquirenti di titoli in ipo dopo l’ubriacatura dei primi anni 2000, quando si era diffusa la frenesia di riuscire ad avere un’assegnazione di titoli da rivendere immediatamente perché era sicuro che salissero fin dal primo giorno. Oggi gli investitori privati in borsa sono più saggi e la saggezza dice, come insegna l’oracolo Warren Buffett, che l’investimento azionario si misura non sui giorni ma sugli anni. A fronte di un calo il primo giorno potevano esserci risparmiatori che ne approfittavano per comprare». Ma c’è di più, secondo altri osservatori. Un collocamento anche per il retail avrebbe imposto una comunicazione più ampia di quella striminzita fatta, probabilmente su suggerimento degli advisor bramosi di avere per sé tutte le spese dell’ipo. Quando, specialmente su un mercatino come la Borsa italiana arriva una grande ipo, di una grande società, è doveroso che tutti i potenziali interessati, tutta l’opinione pubblica, vengano informati delle caratteristiche della società, delle sue potenzialità, del mercato di riferimento. E specialmente per una società di alta tecnologia che può far fare all’Italia un forte balzo in avanti per recuperare il terreno perso rispetto agli altri Paesi sulla possibilità di vivere senza contante. Il paragone non è con la Cina, dove i taxisti non accettano contanti; dove i genitori danno la paghetta ai figli sullo smartphone; dove anche i (pochi) mendicanti ricevono l’elemosina in digitale. Nel convegno organizzato un anno fa nell’ambito di Milano Finanza Digital Week con il titolo «Vivere senza contante» fu documentato che una diffusione capillare dei pagamenti digitali avrebbe fatto risparmiare al sistema di chi tratta il denaro oltre 50 miliardi. Assieme a varie espressioni negative, il digitale nei pagamenti ha un formidabile effetto positivo per la società nel suo complesso. Ma questa società occorre prepararla, informarla, sostenerla. E l’ipo di Nexi era una straordinaria occasione anche da questo lato. È auspicabile che Bertoluzzo e il suo team si facciano carico di questa missione sociale, che può del resto moltiplicare i ricavi e i profitti. Resta tuttavia da cercare risposte, nel caso specifico, alla domanda iniziale, che parte dalla elementare constatazione: se ho sottoscritto a 9 euro, perché vendo immediatamente quando fin dal primo prezzo si evince che il titolo sta calando? Se un titolo scende è perché le vendite sono superiori agli acquisti. Ma chi può aver venduto nel caso di Nexi e per quale motivo? Escluso che ci si trovi di fronte a un caso simile a Lyft, le risposte, le spiegazioni sono più di una e tutte correlate e molto utili per capire i meccanismi, talvolta perversi, della finanza borsistica. Gli attori di un collocamento sono vari per natura e attività, ma i principali sono coloro che vengono definiti global coordinator, cioè che coordinano l’operazione e ne tengono le fila; ci sono poi, a ruota, coloro che tengono il book delle prenotazioni e che sono appunto chiamati bookrunner; in ruoli meno esposti operano gli advisor, gli sponsor e via dicendo. Tutti si dividono una bella torta per i servizi prestati, specialmente se l’ipo è miliardaria come Nexi. Ovviamente ci sono gli azionisti della società che possono o diluirsi, in quanto vengono messe in vendita azioni di nuova emissione a seguito di aumento di capitale, oppure possono vendere una parte delle azioni possedute e fare un aumento di capitale per dotare la società di mezzi freschi; infine l’ipo può riguardare solo azioni già esistenti. Il caso di Nexi è il secondo, infatti il collocamento è avvenuto sia di azioni già esistenti provenienti da alcune banche che erano socie del vecchio Istituto centrale delle banche popolari, proprietario anche di CartaSi da cui è nata Nexi, ma anche dall’azionista di controllo, il fondo Mercury, non nuovo a operazioni del genere; contemporaneamente sono state collocate azioni di nuova emissione in seguito ad aumento di capitale. Fra i global coordinator c’è stato il gotha delle banche d’affari nazionali e internazionali; idem fra i bookrunner. Ai global coordinator la società da quotare deve mettere a disposizione la cosiddetta greenshoe, letteralmente la scarpa verde per un vecchio episodio troppo lungo da raccontare. Greenshoe equivale a un consistente pacchetto di azioni che i global coordinator potranno rilevare al prezzo del primo periodo di borsa. L’obiettivo generale, dopo una lunga astinenza da ipo, era quello di fare il pieno e per questo (prima parziale spiegazione) è stata fatta una pessima comunicazione da chi menava la danza, appunto facendo filtrare che la domanda era due o tre volte superiore all’offerta. Secondo aspetto, i rapporti fra alcuni global coordinator e gli azionisti venditori (principalmente Mercury) erano e sono, a giudizio di molti, troppo stretti, fin quasi al conflitto di interessi. Fatto sta che nel book delle prenotazioni sono state iscritte quantità molto più alte di quanto poi fondi o gestori erano in grado di assorbire sulla base dei limiti di rischio che quel fondo o quella gestione potevano sopportare. Una tale situazione, per non scontentare chi menava la danza, ha generato sicuramente una parte delle vendite per riequilibrare i parametri di rischio. Ma a giudizio di molti, la maggior parte delle vendite può essere venuta proprio dai global coordinator che potendo contare sulla greenshoe a prezzo più basso di quello di collocamento hanno venduto allo scoperto, essendo comunque sicuri di poter consegnare i titoli una volta esercitata la greenshoe. Se è vero che hanno venduto allo scoperto anche alcuni global coordinator, figuriamoci se non sono stati attivi anche i cosiddetti shortisti. Se questa analisi è corretta, c’è da ritenere che lo sia, si comprende anche che quanto è successo, non solo per Nexi, non è poi così irrazionale come può apparire pensando semplicemente che a vendere sia stato chi aveva sottoscritto i titoli a 9 euro e senza aspettare neppure un giorno di quotazione ha venduto rimettendoci. Ci può essere stato anche qualcuno che abbia annusato la non buona conclusione dell’ipo dimostrata dalla scelta, inevitabile, di andare sulla parte più bassa della forchetta, e, avendo comunque prenotato i titoli, abbia voluto ridurre il rischio rivendendoli subito. Masochisti? Più che altro scommettitori sull’ipotesi di un rialzo, colti in contropiede dal fatto che non è stato collocato interamente il 100% di quanto era stato programmato, ma ormai si erano impegnati a comprare. Ordinarie storie di borsa dove, sempre secondo l’oracolo Warren Buffett, le azioni sono investimenti da considerare a medio e lungo termine. E non da mordi e fuggi anche se ci sono i day trader che fanno proprio questo di mestiere. «È solo l’inizio di un lungo percorso», come si è affrettato a dire il ceo Bertoluzzo. Chi ha la pazienza di aspettare, quasi sicuramente con Nexi avrà soddisfazioni. Come, fatte le debite proporzioni, l’ha avuta chi comprò molti anni fa Apple. Nella pochezza del mercato italiano, che per incomprensibile accettazione del fondatore Leonardo Del Vecchio ha anche perso la presenza nel listino di Luxottica, negoziata ora solo a Parigi, Nexi è un colosso. Anche se la sua ipo ha rappresentato, per ora, una non bella sorpresa nell’uovo di Pasqua 2019. P.S. A proposito, buona Pasqua a tutti i nostri affezionati lettori e grazie per il grande successo che hanno decretato al Toro di MF-Milano Finanza in Galleria Vittorio Emanuele e a tutto Milano Capitali, il Fuori salone del Salone del Risparmio, che tornerà l’anno prossimo ancora più attraente e completo. (riproduzione riservata)


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